Per parlare di Mario Volanti, presidente e fondatore di Radio Italia, bisogna tornare indietro di qualche anno, prima ancora di quel 26 febbraio del 1982 quando nacque la prima radio di sola musica italiana che ogni giorno tiene compagnia a oltre 5,2 milioni di ascoltatori. La passione per la musica era tanta in questo ragazzo di origine siciliana che, trasferitosi a Milano insieme alla sua famiglia, iniziò a suonare la chitarra a dodici anni nella parrocchia di San Giuseppe in via Padova.

Signor Volanti, sembra che fosse scritto che nel suo destino la musica sarebbe stata protagonista: suonata, valutata, trasmessa. Si preferisce come chitarrista, come speaker o come imprenditore?
Possibilmente tutti e tre, anche perché vanno a cascata: l’imprenditore è anche in questo caso speaker o conduttore, ma è anche chitarrista perché ogni tanto la prendiamo in mano e con alcuni amici magari ci divertiamo un po’.

Quando iniziò con la sua prima esperienza radiofonica fu a Radio Metropoli, una radio che trasmetteva da viale Majno a Milano: aveva già in mente di farsi la sua radio?
No, a Radio Metropoli avevo in mente di fare quello che ho fatto, cioè occuparmi di musica italiana. L’idea fu quella di andare a trasmettere in questa radio facendo programmi dove protagonista era solo la musica italiana. Non avevo ancora in mente di poter fare una mia radio, anche perché quando inizi non sai com’è questo mondo, al di là del fatto che nel ’76/’77 nessuno sapeva come si faceva la radio. Andavi e trasmettevi. Poi entri e cominci a capire cosa vuol dire fare la radio. Non è soltanto aprire un microfono e parlare: ci sono tante cose che poi nel tempo sono diventate una professione per tutti quelli che sono rimasti e hanno continuato a fare questo lavoro.

Si usa dire che gli inizi, sebbene faticosi, sono sempre quelli che ti danno più soddisfazioni. Lei oggi quando organizza concerti lo fa per centinaia di migliaia di persone. Fu più emozionante unire l’Italia con l’ultima antenna piazzata in Sicilia nel 1992 o salutare il pubblico di Piazza Duomo gremito di persone nel suo primo Radio Italia Live, il concerto nella città in cui è cresciuto?
Sicuramente il concerto, perché tu unisci l’Italia e hai fatto un qualcosa di tecnico, sapendo che così si sente la radio. Se si sente non vuol dire che qualcuno la ascolti. Quando invece ti trovi di fronte a centomila persone che cantano il jingle di Radio Italia l’emozione è ovviamente diversa.

Tutti i cantanti che ora riempiono palazzetti o stadi sono passati per le vostre sedi, da quella di San Gregorio a quella di Felice Casati e ora nel quartier generale di Cologno Monzese. Tra tutti quelli che ha conosciuto o ascoltato, chi l’ha sorpresa maggiormente per i risultati ottenuti?
Probabilmente Biagio Antonacci perché era un nostro ascoltatore e ha iniziato questo percorso dall’interno della radio. Poi altri: chi avrebbe mai immaginato il successo planetario di Andrea Bocelli? Quando l’ho intervistato la prima volta a Sanremo era nei giovani e non immaginavo che potesse diventare un Pavarotti – inteso non come artista ma come dimensione globale. La prima volta che ho intervistato Laura Pausini, sempre a Sanremo prima che vincesse nei giovani, non potevo immaginare che sarebbe diventata la star che è diventata: di sorprese ce ne sono state tante. Tu ti trovi davanti una ragazza, come nel caso di Laura Pausini, che ha diciotto anni, che è timida e canta abbastanza bene, però da lì a diventare una star non è possibile immaginarlo al momento. È quindi una sorpresa che ti dà soddisfazione perché dici: “Un pochino l’ho ‘battezzata’ anch’io”.

Mario Volanti e Giuliano Sangiorgi dei Negramaro negli uffici della radio

Se si parla di Sanremo non si può non parlare anche di Radio Italia, un po’ come se si parlasse di Champions League senza Real Madrid. Qual è stata l’edizione che le è piaciuta particolarmente? Ci può raccontare un aneddoto particolare?
Di edizioni che mi sono piaciute particolarmente ce ne sono state diverse. L’aneddoto che posso raccontare è quello della vittoria di Enrico Ruggeri. Noi aspettiamo gli artisti dopo la vittoria nelle nostre sedi e arrivano puntualmente. Il problema di Enrico fu che fece molto tardi quella sera. Arrivò dopo le quattro e mi ricordo che quell’anno noi eravamo collegati con una radio australiana che ripeteva il nostro segnale. Per una questione di fuso orario ad un certo punto gli italiani sono andati tutti quanti a dormire, mentre si svegliavano gli australiani. E quindi arrivarono una raffica di telefonate con domande dall’Australia e sembrava di essere una radio australiana invece che una radio italiana. Ti rendevi conto che c’erano italiani in Australia che avevano perso di vista la cognizione del tempo. Stiamo parando di tanti anni fa, per cui non c’era internet, per cui sentire uno che telefona, chiama Ruggeri e gli chiede se Gianni Morandi è ancora in litigio con la sua prima moglie Wilma Goich faceva un po’ strano.

Dopo un periodo in cui era stata messa da parte, la televisione ha riportato la musica al centro grazie a format come X Factor e Amici in cui il vincitore dovrebbe avere un avvenire assicurato nel mondo musicale, ma non è sempre così. Le chiedo se li guarda e qual è il suo pensiero in merito.
Li guardo con attenzione: sono grandi palestre per quelli capaci che possono imparare tante cose e lo fanno in breve tempo, oltre a dare una visibilità importante. Chiaramente sono dei programmi televisivi: finito il programma se hai le gambe per camminare cammini, se non le hai ti fermi. Quelli che sono rimasti, pur vincendo non hanno avuto il successo che si pensava. Mi ricordo gli Aram Quartet che hanno vinto la prima edizione di X Factor e sono spariti nel giro di poche settimane. O hai dietro poi la capacità e un entourage in grado di poterti valorizzare oppure, finita la trasmissione, finisce anche il percorso.

La musica è in continua evoluzione nei suoni, negli arrangiamenti, dal modo di proporla al modo di trasmetterla e ascoltarla. Come vede il futuro della musica italiana?
Bella domanda. Credo che il futuro della musica italiana lo scelgano gli italiani. Noi per esempio trasmettiamo tutto, dai giovani ai grandi cantanti italiani, ma è la gente che decide cosa piace e cosa non piace. L’unica certezza è che negli ultimi anni l’attenzione si è spostata, più che sul prodotto discografico, sulla parte live. Ci sono artisti che magari non vendono tantissimi dischi però fanno stadi esauriti. La musica italiana dipende dagli artisti, da cosa sapranno proporre, che cosa sapranno inventarsi. Ci sono direzioni diverse: c’è il rap, c’è la trap. Non so se sarà il futuro della musica italiana però ci sono ancora Gianna Nannini e Laura Pausini, oltre che artisti nuovi come Riki e Thomas.

In più occasioni ha dichiarato che sicuramente il periodo più triste della sua gestione fu l’incendio alla radio nel gennaio del 1991. Da quel lontano ricordo sono passati tanti anni in cui si è rialzato e ha ottenuto moltissimi successi. C’è però qualcosa che se tornasse indietro non rifarebbe?
Decisamente no, anche perché quello dell’incendio fu un fatto casuale, non sapevo neanche perché fosse successo. Nel tornare indietro non è che non rifarei una cosa rispetto ad un’altra. Io penso che tutto quello che ho fatto, nel bene e nel male, è stato utile, nel senso che anche le cose negative ti danno maggiori possibilità di crescere. Se tutto è semplice magari cresci anche di meno. Nel nostro caso, di Radio Italia, ci sono state tante difficoltà ma anche tante soddisfazioni e tanti successi, per cui rifare tutto esattamente come l’ho fatto: mi è anche andata bene.

Che sensazione prova nel sapere che il jingle della sua radio è entrato nella case di tutti gli italiani e che puntualmente in qualsiasi vostro concerto viene cantato da centinaia di migliaia di persone?
È una bella soddisfazione anche perché sono l’autore di musica e parole: vedere la gente che canta qualcosa che ho inventato più di trent’anni fa mi fa solo piacere, ma la cosa più bella è che è andato fuori dall’Italia. Proprio stamattina mi ha chiamato mio figlio che è in Giappone e ha una guida giapponese che parla italiano che prima ancora di conoscerlo aveva scaricato la nostra app e conosceva il jingle di Radio Italia.

Quest’anno con le partnership e i concerti non vi siete fatti mancare niente. Prima radio a collaborare ed animare il parco di Monza per la visita del Papa lo scorso 25 marzo, radio ufficiale di Modena Park di Vasco Rossi e non ultimi i due concerti a Milano e Palermo di Radio Italia Live. Come si fa a migliorare e che progetti avete per il 2018?
Intanto l’importante è non peggiorare! Poi abbiamo questo format, RadioItaliaLive, che abbiamo inventato noi: un concerto fatto con l’orchestra con un artista che non canta in playback o half playback e che fa tre canzoni – quindi dei mini-concerti . Siamo andati su questa scia da sei anni e spero di poterlo continuare a fare in futuro. Ma qualcosa ci inventeremo. Fortunatamente abbiamo fatto delle cose veramente importanti.

Il concerto in piazza Duomo a Milano (2017)

Chi sono le persone che l’hanno aiutata di più in questa lunga carriera e a cui è particolarmente legato? C’è ancora qualcuno che non ha ringraziato pubblicamente?
Le persone che mi hanno aiutato sono quelle che hanno lavorato con me, con la radio. Tutti i giorni c’è qualcuno che mi aiuta e io dico grazie ogni volta che mi è possibile. Pubblicamente è difficile che ringrazi qualcuno anche perché non è nel mio carattere. Io ringrazio pubblicamente tutti i collaboratori della radio, che sono poi coloro che consentono a questa azienda, a questa comunità, di poter fare bene il proprio lavoro.

Ha mai pensato a cosa farà nel giorno in cui lascerà il microfono e il suo “spaccato” quotidiano della classifica italiana in onda tutti i giorni su Radio Italia alle 12?
Non ancora ma mi sa che inizio a pensarci. Il vantaggio della radio è che oggi la puoi fare in pigiama in qualsiasi parte del mondo. Quindi il problema dovrebbe essere quello di non avere più la voce… Io spero di continuare ad averla e di salvaguardarla. Però no, non ci ho mai pensato perché io riesco pensare massimo a sei mesi o a un anno, quindi almeno per il prossimo anno mi dovete tenere.

Tre consigli un ragazzo che oggi vuole vivere di musica?
Intanto studiare perché bisogna essere preparati. Non illudersi, perché è assolutamente complicato e difficile, e sicuramente non arrendersi mai. Poi le cose possono arrivare o non arrivare. Generalmente non arrivano perché su diecimila che si presentano alle selezioni dei talent ne arrivano soltanto otto o nove, di quelli ne vince uno solo e il vincitore non sempre riesce a raggiungere quell’obiettivo. Tuttavia non bisogna arrendersi mai. Se poi il successo non arriva, ci sono altre cose nella vita.