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Quali prospettive per la direttiva europea sul copyright?

Diversi player della filiera musicale italiana si sono dati appuntamento in un panel della Milano Music Week 2019 per discutere presente e futuro della direttiva europea sul copyright

Cosa accadrà in Europa dopo la riforma sul copyright?

Il 26 marzo di quest’anno il parlamento europeo approvava una normativa attesa da anni dagli operatori dell’industria musicale. Con 348 sì, 274 no e 36 astenuti, la direttiva europea sul copyright diventava legge comunitaria. Ora tutti i 27 Stati membri dell’UE (28, se il Regno Unito ritarda ulteriormente la Brexit) avranno due anni per recepire la direttiva nel diritto nazionale. L’Italia – come tutti gli altri stati membri dell’UE – ha due anni per recepire la direttiva nel diritto nazionale. Proprio su quest’ultimo tema si è svolto l’incontro Direttiva copyright – Obiettivo 2020, organizzato da NuovoImaie (la collecting society che gestisce i diritti connessi degli artisti interpreti o esecutori) a Milano Luiss Hub.

Perché un panel sulla direttiva copyright

Il panel è stato uno dei primi eventi della Milano Music Week 2019, cominciata proprio oggi (lunedì 18 novembre) nel capoluogo lombardo. Vi hanno partecipato Marco Alboni (presidente e CEO di Warner Music Italy), Dodi Battaglia dei Pooh (nonché portavoce di NuovoImaie), Sergio Cerruti (presidente AFI), Alfredo Clarizia (legal director di Sony Music Italy), Dario Giovannini (vice presidente di PMI e direttore di Carosello Records), Enzo Mazza (CEO di Fimi), Andrea Miccichè (presidente di NuovoImaie) e Anna Zardo di IFPI. Obiettivo: fare massa critica affinché l’Italia recepisca la normativa comunitaria il prima possibile, magari nel 2020, con un anno di anticipo sulla scadenza fissata dall’UE.

«La direttiva copyright rappresenta un punto di svolta», ha esordito Andrea Miccichè di NuovoImaie. «Restituisce a un mercato privo di regole un tessuto di norme tese a disciplinarlo. Prima di oggi, la direttiva che disciplinava il settore risaliva al 2000 e riguardava il commercio elettronico. Si basava fondamentalmente sull’assenza di un controllo da parte dei prestatori di servizio su ciò che diffondevano. Viceversa, quella di oggi sancisce che la diffusione su rete telematica è un atto di pubblica diffusione. Dal punto di vista giuridico, il tema è quello dell’individuazione del responsabile. Il titolare dei contenuti, quando vede un’infrazione del diritto, si deve porre il problema di individuare chi è il responsabile. Questo è il grande passo avanti».

Così com’è, secondo Miccichè, la direttiva è il risultato di un compromesso fra tre “partiti”: quello dei consumatori (che tiene alla libertà di diffusione dei contenuti), quello delle grandi aziende che operano nel web come Facebook e Google (che voleva mantenere lo status quo) e quello di coloro che difendono i diritti di chi crea (che si è fatto portatore di una disciplina di settore). «Ma un altro elemento importante è quello che impegna il responsabile della diffusione a stipulare accordi di licenza. Questa licenza impone di trovare un accordo economico affinché la diffusione non sia illecita. Questo porta al terzo effetto: quello di ristabilire un’equità nella sperequazione che oggi c’è fra i guadagni dei prestatori di servizio e i titolari dei diritti».

Il punto di vista delle case discografiche

Marco Alboni ha portato il punto di vista di una major, nella fattispecie Warner Music Italy, all’interno del dibattito. «Le case discografiche oggi fanno altre cose rispetto al passato: si occupano della raccolta e della condivisione interna dei dati. Questo significa orientare il nostro lavoro verso un certo tipo di obiettivo, che è quello di essere voci rilevanti. Prima si contavano le unità vendute, oggi gli ascolti effettuati. Sarà sempre più così. Questo non vuol dire che il formato fisico non sia più rilevante. Esistono ancora nella nostra organizzazione dipartimenti che si occupano del fisico. Ma noi oggi abbiamo la coscienza che ci occupiamo di diritti, di artisti, di registrazioni, non di CD e di LP».

Gli fa da contrappunto Dario Giovannini, vice presidente di PMI (Produttori Musicali Indipendenti) nonché direttore generale della storica Carosello Records. «Penso che le etichette indipendenti abbiano un approccio diverso da quello delle multinazionali. Il nostro punto di partenza è quello della ricerca culturale. Io definisco l’azienda che dirigo come un “acceleratore”. Devo cercare di prendere quei progetti e dare loro le possibilità e i mezzi per poter crescere. Se un artista oggi firma con Carosello, lo fa per una nostra scelta di campo. Io quando firmo un artista non penso mai al guadagno che posso percepire in due mesi. Voglio lavorare con l’artista su un periodo lungo, di due-tre anni».

Value gap: un nodo ancora da sciogliere

Enzo Mazza, CEO di Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana) si è concentrato sul problema del value gap, non del tutto risolto dalla direttiva copyright. «La direttiva sul commercio elettronico del 2000 ha consentito di costruire dei modelli in assenza di responsabilità che hanno portato alcune piattaforme ad avere una posizione privilegiata rispetto ad altre. L’87% degli utenti di internet usa YouTube. La categoria più cercata in assoluto – circa il 58% – è quella musicale e nove su dieci dei video più visti di sempre di YouTube sono videoclip musicali. Nei primi nove mesi del 2019 il video stream ha generato gli stessi ricavi che ha generato l’audio streaming gratuito.

E qui il paradosso: «Spotify, tuttavia, ha complessivamente 5 milioni di utenti in Italia, YouTube ne ha 30. Spotify genera 20 dollari per utente all’anno, YouTube solo 1. Ad oggi c’è uno sbilanciamento così forte che l’intera filiera non è in grado di generare ricavi proporzionati all’effettivo consumo di musica. Questo è uno degli elementi da risolvere. Il value gap c’è perché non è stato risolto nell’applicazione della direttiva. Ma chiaramente, dovendo disporre di una licenza preventiva, ci sarà un negoziato con una posizione più equa. Questa cosa si rifletterà su tutta la filiera».

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