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Dal Festivalbar alla radio rock: intervista a Eddi Berni di Radiofreccia

Eddi Berni è stato uno dei primissimi speaker di Radiofreccia ed è oggi conduttore di Rock Morning. Partito da Radio Popolare, è arrivato ad affiancare per ben dieci edizioni lo staff di autori che davano vita al Festivalbar

Come sapete Radiofreccia è un’emittente giovanissima, nata alla fine del 2016 grazie a una felice intuizione di Lorenzo Suraci, il celeberrimo patron di RTL 102.5 che ha trasformato le ex frequenze di Radio Padania in un’emittente totalmente devota al rock. I risultati cominciano a vedersi da subito. Eddi Berni è stato uno dei primissimi speaker di Radiofreccia ed è oggi conduttore di Rock Morning. Eddi è un vero professionista della musica, scritta per la TV e parlata in radio. Partito da Radio Popolare è arrivato ad affiancare per ben dieci edizioni lo staff di autori che davano vita al Festivalbar, l’evento musicale più nazional-popolare della musica che abbiamo avuto in Italia – escludendo, ça va sans dire, la kermesse sanremese.

Eddi Berni

Cosa significa una radio rock oggi?

Attraverso una radio che cerca di ritrovare e ricreare quella “modalità” di emissione un po’ stile anni ’70, abbiamo dato vita a un richiamo perfetto per un certo tipo di comunità, forte, costituita da ascoltatori che si sentono affini nei gusti: dalla signora di 60 anni innamorata di Steven Tyler al 18enne che impazzisce per i Foo Fighters ma anche per Jimi Hendrix. Sono ascoltatori che condividono in maniera vera e profonda anche quei valori etici e morali che fanno parte della storia del rock, dall’idea dell’avventura al rimanere sempre giovani dentro. Il pubblico che ci segue è molto fedele e attento, proprio come quel tipo di ascoltatori delle radio “importanti”. La radio è compagna di viaggio e quando comprendiamo che i nostri ascoltatori ci sono vicini anche nei momenti di maggiore ironia, devo dire che è il massimo per un conduttore! Dal punto di vista musicale cerchiamo di suonare tanta roba diversa – rimanendo in questo perimetro del genere rock – dai classici fino a scoprire anche delle cose completamente nuove come per esempio i Greta Van Fleet. Chi se lo immaginava che i fratellini Kiszka fossero così bravi, per non parlare del ritorno degli Stone Temple Pilots.

Questa cosa delle comunità di ascoltatori è un segnale chiarissimo di come si stia evolvendo il mezzo radiofonico. Certamente lunga vita alle radio generaliste ma c’è sempre più interesse per i podcast e le web radio.

Sì, stanno crescendo le radio specializzate sia nell’etere che in podcast e diventeranno sempre di più un grande punto di riferimento per determinate piccole comunità. Ognuno di noi nella vita ha degli interessi, delle passioni che non trovano riscontro nell’informazione emessa dal “magma generalista”. Che so, quanti appassionati di atletica leggera amerebbero avere a disposizione un canale radio che parla di loro? Ma se si crea una serie di podcast ad hoc, a 1 euro a puntata, ecco che si genera un potenziale pubblico e quindi un posizionamento sul mercato.

Altro fattore di cambiamento sono le innovazioni tecnologiche, giusto?

Adesso arriva finalmente anche nel nostro Paese una diffusione delle DAB radio (le radio di qualità digitale, quindi senza nessuna “interferenza”, ndr) ma ricordiamoci che un domani non lontano si diffonderanno le autoradio di prossima generazione che si sintonizzeranno sulle web radio e sulle piattaforme per i podcast. La radio in FM sarà sempre presente, anche perché le emittenti hanno milioni di euro a bilancio sotto la voce “frequenze”.

Torniamo a Radiofreccia, a questa forma narrativa stile anni ’70. Vuoi dirmi di più?

Ti faccio un esempio pratico per rendere l’idea della nostra differenza rispetto alle radio di flusso. Il clock di queste emittenti (il numero di minuti di parlato, ndr) è pochissimo, saranno 4 o 5 minuti in un’ora per uno speaker, contando poi che i programmi oramai sono condotti da coppie. Noi di Radiofreccia abbiamo un clock diverso, di ben 2 minuti tra canzone e canzone nel mio programma Rock Morning, che conduco con Stefano Mannucci alias il Dottor Mann e Francesca Valli alias la Fra. Parliamo quindi tanto, commentiamo delle notizie e poi lanciamo dei temi per interagire e intrattenere il pubblico. Il racconto che ne esce fuori è molto vivace, i diversi punti di vista – letti secondo l’etica del rock – sono declinati in maniera divertente, con delle gag improvvisate. Noi siamo totalmente liberi di parlare senza pressioni esterne e questo è importantissimo e molto “anni ’70”.

Tre momenti magici della tua vita professionale?

Senza dubbio parto ricordando Radio Popolare. Avevo 15 anni e mio fratello Ivan (giornalista, saggista e docente, ndr) era all’epoca direttore dei programmi. Nutro stima e grande tenerezza per “errepì” e te lo dimostro con questo talismano che porto sempre con me (tira fuori dal portafoglio una sgualcita ma integra tesserina rosa di collaboratore di Radio Popolare datata 1980, ndr). Poi senza dubbio le dieci edizioni di Festivalbar sono state dieci anni incredibili, dove ho imparato tanto a livello professionale, ho appreso il metodo per scrivere per la TV e creare scalette ad hoc. Sai che ti dico? Alla fine un po’ tutti hanno nostalgia del Festivalbar, no?

Penso di sì: era un programma perfetto per l’estate italica: un jukebox, un gelato e… “Vittorione” Salvetti.

Si vocifera che vogliano “tirare fuori dal cassetto” il Festivalbar. Sai, era in effetti un evento nazional-popolare ma aveva un rispetto per la musica incredibile. Si lavorava rispetto alle produzioni di oggi forse in maniera “artigianale” – prima con Vittorio Salvetti e poi con il figlio Andrea – ma avevano un rispetto per la musica incredibile. Ascoltavano di tutto senza preclusione e con estrema attenzione. Mi ricordo che un anno Vittorio sentì “un certo” Lou Bega. A lui piaceva tantissimo mentre la sua discografica non ci voleva investire una lira, dicevano: «A chi può interessare un Mambo, oggi!». E invece il buon Vittorio ebbe un fiuto pazzesco, volle investire lui stesso e improvvisò un casting di ballerine venete da affiancare a Lou Bega. Il brano schizzò in alto in classifica ovunque e le ballerine venete girarono il mondo, come le Coconuts di Kid Creole: ve le ricordate? Ecco, tutto questo oggi non c’è più in televisione, è archeologia.

Ci dimenticavamo il terzo momento bello della tua carriera.

Giusto per essermi sentito sul “tetto del mondo”, Rockpolitik con Adriano Celentano perché lì eravamo davvero chiusi in quell’hangar brianzolo a Brugherio e sembrava che da noi noi dipendesse la sorte della nazione intera (ride, ndr). Ovviamente no, ma si respirava un’atmosfera elettrica. Posso finire ricordando un quarto momento?

Concesso!

Il mio esordio come speaker a Radiofreccia a 51 anni! Pensando a quell’intervista fatta a Jim Kerr dei Simple Minds fatta a 18 anni a Genova come inviato di Radio Popolare con quel tesserino rosa… non è mica male un esordio a quest’età in una radio commerciale, una bella soddisfazione personale.

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