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Intervista al managing director di BMG Italia, Dino Stewart

“Bisogna investire in cultura, in conoscenza della musica, anche pop, e paradossalmente quando non c’era tutto a disposizione con la rete si aveva più cura delle informazioni a nostra disposizione”. Parola di Dino Stewart, managing director di BMG Italia

Dino Stewart è il managing director di BMG Italia, etichetta che pubblica i lavori di diversi big italiani e internazionali, fra cui Kylie Minogue, Avril Lavigne, A Perfect Circle e Morrissey. Da lui ci siamo fatti raccontare storia e nuove prospettive della label.

Dino Stewart

La BMG ha una storia importante ma discograficamente è rinata solo di recente. Vuoi aiutarci a fare un attimo di chiarezza tra la parte discografica e quella della gestione diritti musicali?

BMG, ovvero Bertelsmann Music Group, storicamente nasce come editore, il primo nel mondo. Ci occupiamo di radio con le oltre quaranta stazioni radiofoniche del gruppo RTL, di televisione con la Freemantle, di libri e di cinema con la Wildside. Tutto questo ci permette molte sinergie e strategie e poi la cosa che più mi piace è che a capo della Bertelsmann c’è la signora Mohn, la capofamiglia di questa “dinastia” che fa editoria da sempre e mi conforta da editore interagire con chi parla il mio stesso linguaggio. Questa BMG nasce discograficamente nel 2008 dopo la chiusura della join venture con la Sony, che è durata meno di 5 anni ma ha lasciato un ricordo marcato, mentre la parte editoriale nasce ex novo nel 2009 – dopo che il catalogo della “vecchia” BMG Ricordi era stato venduto a Universal Publishing. Ci siamo però trovati in dote l’eredità di una porzione del catalogo storico dell’ex Sony BMG, una spartizione fatta senza un preciso criterio artistico o di etichetta. Questo negli anni passati ha creato un po’ di confusione anche tra gli artisti e gli addetti ai lavori, perché può capitare che di un artista possediamo solo parte della produzione. Quindi abbiamo avuto l’esigenza di consolidarci per prima cosa editorialmente, mentre la parte discografica sta facendo la sua crescita progressiva dagli ultimi tre anni. Certo, mi rendo conto che per ora abbiamo più credibilità nel mercato delle edizioni, ma questo non significa che sia un lavoro più facile, non si tratta di “aspettare i bonifici della Siae”, come qualcuno pensa. È che di fatto quello delle edizioni è un mercato un po’ più in movimento rispetto a quello discografico. Negli anni si sono create realtà indipendenti di artisti, etichette o manager con un tesoretto editoriale pronto a confluire in una realtà più strutturata. Inoltre, al di là del tornaconto economico, per un artista è meno rischioso, in termini d’impresa, cominciare a collaborare con un nuovo editore che con un nuovo discografico.

Come ti poni nei confronti delle nuove generazioni di autori/artisti che utilizzano i social forse più del pentagramma?

Innanzitutto si deve ascoltare tutti e tutto. Peraltro io sono nato come A&R quindi ho fatto molto scouting. Ma questa è un’attività che puoi fare fino a una certa età, per molti motivi: devi girare molto, andare alla scoperta, e poi a un certo punto la tua frequenza di attenzione non è più fisiologicamente così “sintonizzata” su quello che piace a chi ha 25 anni meno di te. Ma se un artista ha idee chiare anche sul metodo di diffusione e promozione delle sue cose, ben venga. Tante volte le nuove generazioni di artisti sono preparate ad affrontare una nuova tipologia di fruitori, però mi accorgo che non conoscono o non sono pronte a interagire con un sistema della promozione in parte ancora tradizionale e che oggi è necessario pianificare. A volte mi stupisco di vedere artisti – anche nostri, ma non faccio nomi – che sono iper-attenti ai like mentre si disinteressano delle royalties che stanno per arrivargli da un suo brano.

Siamo malati di like e i nuovi artisti sono le prime vittime di questa sindrome.

Sì certo, anche se sappiamo che sono importanti, soprattutto la nuova generazione di artisti ha trovato anche metodi alternativi nel modo di avere delle entrate economiche. Ma ripeto: le vie tradizionali sono ancora attive e importanti. Vi faccio un esempio: se tu fai 140 concerti durante l’anno, se io editore non mi metto a controllare i borderò e non vedo che manca un brano che era nella scaletta, la conseguenza è che non si generano introiti. E così alla fine io ho una funzione anche di analisi e controllo, copro una sorta di parte “scientifica” e meno “creativa” dell’universo musicale ma non meno fondamentale.

Kylie Minogue

A proposito di conteggi e di introiti: senza dubbio l’industria discografica nella sua totalità ha saputo riprendersi dalla crisi che provocò il selvaggio downloading illegale, adattandosi alla “smaterializzazione” del prodotto nella sua fruizione. Sei d’accordo anche tu, come i tuoi colleghi?

Ad oggi abbiamo tutti reagito bene anche se sono stati anni lunghi e dolorosi, perché addirittura io vado indietro fino al 1996 quando già intuivo una fase di crisi. Sicuramente il settore ha fatto uno sforzo di creatività eccezionale e oggi ci sono tante produzioni interessanti che stanno uscendo e tante cose stanno avvenendo nel nostro mondo.

E tra le tante cose in fermento ci mettiamo anche la nuova onda di musica italiana? In fin dei conti voi, con Francesco Gabbani, avete generato una prova di questa reinassance.

Mi vien da dire che il disco di Gabbani è stato per noi un debutto davvero felice ma dopo aver fatto uscire lui ho avuto l’impressione che tutti s’aspettassero da BMG un’altra release identica nella modalità: giovane, esordiente, italiano. In realtà non ho visto in giro cantanti che mi abbiano “fatto saltare sulla sedia”. Forse non mi sono messo a cercarlo veramente e non ne avevo neanche l’urgenza. Noi adesso usciamo con album importanti come Kylie Minogue e siamo tutti molto curiosi di vederla presto in Italia; ci sarà l’atteso ritorno di Avril Lavigne e poi il nuovo degli A Perfect Circle. Tornando all’Italia, ti faccio un esempio di quello che abbiamo fatto uscire materialmente post Sanremo: un bel 45 giri in edizione limitata del singolo nuovo di Red Canzian ed è andato subito in esaurimento! Ci hanno scritto i fan con mail entusiastiche.

Questo è il mese del Record Store Day e il vinile davvero piace a tutti, vecchie e nuove generazioni. In questo numero abbiamo intervistato Fatboy Slim che per voi ha fatto uscire una bellissima riedizione del suo album di debutto e avete pubblicato uno stupendo boxset con gli album dei Black Sabbath. Il mercato del vinili brilla?

Essendo la nostra un’industria creativa è giusto che noi discografici ci inventiamo nuovi modi per rendere attraente una ristampa ed ecco che proponiamo dischi del passato magari con vinili colorati, anche splatter come quelli stampati per i Saxon. Io sono anche un collezionista e quindi capisco il valore aggiunto se le ristampe in vinile sono curate. Faremo un secondo singolo di Red Canzian con double “A side” e una cover a pop up come la BMG inglese ha fatto per il recente Best Of dei Madness. Sul nostro catalogo abbiamo tante cose che vorremmo fare come ristampe. Sto pensando per esempio a Milva ma non è un’operazione facilissima, tecnicamente ed economicamente.

Curiosità finale: da persona che ha fatto tanto scouting, come vedi nei concorsi le nuove generazioni di cantanti?

Devo dire che in generale osservo un impoverimento culturale e quando vai ai concorsi vedi che fanno sempre le cover dei soliti tre artisti: Mia Martini, Alex Baroni, Marco Mengoni. Bisogna investire in cultura, in conoscenza della musica, anche pop, e paradossalmente quando non c’era tutto a disposizione con la rete si aveva più cura delle informazioni a nostra disposizione.

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