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Il tax credit in musica: ecco i vantaggi fiscali per chi produce artisti emergenti

Tax credit: con l’ok alla legge delega sullo spettacolo dal vivo, chi produrrà gli emergenti potrà beneficiare di un credito di imposta pari al 30% “dei costi sostenuti per attività di sviluppo, produzione, digitalizzazione e promozione di registrazioni fonografiche o videografiche musicali fino a un massimo di 200mila euro

La politica si accorge (finalmente) della musica e quella popolare entra a spallate nella legislazione italiana. Mentre a fine anno mezzo Parlamento discuteva la Manovra, con l’ok alla legge delega sullo spettacolo dal vivo sono stati approvati un paio di commi che potrebbero condizionare le scelte artistiche di molte case discografiche: chi produrrà gli emergenti potrà beneficiare a partire da quest’anno di un credito di imposta pari al 30% “dei costi sostenuti per attività di sviluppo, produzione, digitalizzazione e promozione di registrazioni fonografiche o videografiche musicali”, fino a un massimo di 200mila euro. In altre parole, chi punterà dritto sui talenti meno conosciuti e produrrà prima, seconda o terza opera di un giovane artista potrà ottenere uno sconto per niente esiguo sulle tasse, dando una sforbiciata netta al proprio imponibile.

Roberto Rampi

Il tax credit a favore dei cantanti commercialmente più rischiosi non è una novità assoluta per l’industria discografica italiana ma, a differenza del passato, i vantaggi fiscali a partire da quest’anno non avranno più una data di scadenza e resteranno una certezza a tempo indeterminato. «Una delle necessità espresse dagli operatori del settore era proprio che fossero tolti i paletti temporali per far diventare stabile l’agevolazione e poter pianificare con tranquillità gli investimenti», spiega Roberto Rampi, parlamentare del Partito Democratico che a lungo ha lavorato al testo, prima in Commissione Cultura e poi in aula. L’intervento è tale da suscitare diffusi e discreti entusiasmi: Rampi si augura di poter aiutare così «un settore forte che risente di tutte le difficoltà tipiche dell’industria culturale, ormai orfana delle risorse che c’erano un tempo».

La ratio della legge è tutta nel valore sociale riconosciuto alla musica, ascoltata da chiunque e cantata a squarciagola tra le mura di casa anche senza comprovati meriti artistici. «L’esenzione fiscale non prevede l’immissione di denaro. Con le agevolazioni si sostiene chi fa cultura chiedendo meno tasse. È una attività che va al di là dell’interesse del singolo. La musica aggrega e fa bene al cervello: più ce n’è, meglio è», sentenzia Rampi. Insomma, non è un regalo all’industria discografica ma risponde piuttosto alla necessità di stimolare una produzione artistica accessibile e di alto livello: «Non si deve per forza essere commerciali, ma nemmeno di nicchia perché una cultura senza pubblico non ha senso», prosegue il parlamentare dem. La sfida, allora, è far convivere le due tendenze e piazzarsi nel mezzo, tra l’élite e la massa, per sostenere «lo sviluppo di una musica popolare di qualità che possa arrivare (potenzialmente) a tutti».

Per accedere ai benefici fiscali le case discografiche dovranno aspettare che il ministero dei Beni Culturali emani un decreto attuativo con tutte le modalità messe nero su bianco. «Una formalità», giura Enzo Mazza, amministratore delegato di Fimi e fermo sostenitore del testo. La promessa incassata è di avere tutto pronto in tempo utile per la dichiarazione dei redditi del 2019 – quindi tra un anno – quando chi ne avrà diritto potrà dare una sforbiciata ai suoi conti grazie all’ugola d’oro di un talento fatto in casa. Il Mibact metterà a disposizione dell’industria discografica 4,5 milioni di euro ogni anno e una sola etichetta potrà drenare dal fondo fino a 200mila euro. La speranza è che lo facciano: quando in passato il tax credit era incerto e intermittente non sono state molte le società che hanno bussato alla porta del fisco per risparmiare un po’ di imposte. Lo hanno fatto sicuramente le major, che sono riuscite in molti casi a tagliare il proprio imponibile quanto più possibile. Meno abili sono state le indipendenti «che lo hanno usato pochissimo», dice Mazza. L’invito rivolto alle società più piccole è di “sfruttare” un’occasione diventata realtà dopo un lungo lavoro diplomatico che ha messo insieme cultura e politica sotto l’occhio vigile dell’Unione Europea – sempre attenta che non si palesasse un antipatico aiuto di Stato.


La legge delega sullo spettacolo dal vivo

La legge delega porta con sé novità per tutta l’industria culturale italiana. Oltre alla stabilizzazione del tax credit musicale da 4,5 milioni di euro, la riforma incrementa sensibilmente le risorse del Fondo Unico per lo Spettacolo (+19 milioni per il biennio 2018/19 e +22,5 milioni a partire dal 2020) e autorizza la spesa di 4 milioni di euro per attività culturali nei territori colpiti dal sisma del Centro Italia.

Con il testo viene anche esteso l’Art Bonus a tutti i settori dello spettacolo: orchestre, teatri nazionali, festival, centri di produzione, circuiti di distribuzione potranno avvalersi del credito d’imposta del 65% per favorire le erogazioni liberali – misura finora riservata alle fondazioni lirico-sinfoniche e ai teatri di tradizione. Tra le altre cose, novità anche per i circhi: le nuove norme prevedono il graduale superamento dell’utilizzo degli animali nello svolgimento delle attività circensi e dello spettacolo viaggiante.

Viene esteso il sostegno statale alla musica popolare contemporanea, ai carnevali storici e alle rievocazioni storiche e verrà riconosciuto il valore di diverse forme di spettacolo, tra cui le pratiche artistiche amatoriali, le espressioni artistiche della canzone popolare d’autore, il teatro di figura, gli artisti di strada. Infine, con la legge delega approvata dal Parlamento nasce il Consiglio superiore dello spettacolo: organismo consultivo del Mibact che supporterà il ministero nell’elaborazione e attuazione delle politiche di settore. L’organo sostituirà la Consulta per lo spettacolo.

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