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I mille volti di Claudio Cecchetto: leggi l’intervista

Personaggio televisivo, DJ, imprenditore, talent scout, produttore: i mille volti del protagonista degli ultimi 40 anni di radiofonia italiana

Ogni epoca viene ricordata da coloro che l’hanno attraversata lasciando un segno importante. Che sia un cantante, un attore, uno sportivo, un politico e chi più ne ha più ne metta. Quando però ti trovi di fronte al talento di colui che ha inventato un nuovo modo di fare radio, TV e che ha lanciato quelli che ora sono i più importanti personaggi dello spettacolo, puoi solo avere davanti colui che risponde al nome di Claudio Cecchetto.

Per chi nasce in una grande città le possibilità di rincorrere i propri sogni sono sicuramente più facilitate rispetto a chi, come nel tuo caso, nasce in un comune di poco più di 5mila abitanti come Ceggia. Tu ci hai provato e ci sei riuscito. Talento, sfacciataggine, fortuna o cosa?
Nascere in una grande città ha i suoi vantaggi dal punto di vista dei servizi, però per “fame” e voglia di arrivare è meglio nascere in provincia. Io vengo dalla provincia, le persone con cui ho lavorato vengono dalla provincia, lo stesso Steve Jobs proveniva dalla provincia e per sua stessa ammissione coloro che appartengono a questa tipologia di persone hanno una voglia di conquistare il mondo fuori dal comune. Un esempio su tutti è Max Pezzali, che con le sue canzoni ha meglio interpretato quello che ogni ragazzo di provincia sogna per il suo futuro.

Cosa ti ricordi del tuo primo periodo milanese?
Mio padre trasferì la famiglia a Milano quando avevo 3 anni. Era riuscito a trovare lavoro come camionista. Ricordo che quando arrivammo a Milano, all’asilo parlavo in veneto e gli altri bambini mi prendevano in giro perché non capivano cosa dicessi. Però mi sono adeguato subito, sono diventato milanese a tutti gli effetti. Le amicizie e le cose che ho imparato appartengono tutte al mio percorso milanese.

Ci sono dei riferimenti che hai preso o a cui ti sei ispirato quando hai iniziato la tua carriera da DJ?
Mi sono sempre fatto ispirare dall’immaginario.. Mi immaginavo i DJ americani e la radio americana, però quando mi chiedevano se la conoscessi o l’avessi mai ascoltata io rispondevo di no: praticamente come Alberto Sordi nel film Un americano a Roma. Quando poi sono stato in America ho constatato che le radio non erano come le immaginavo: erano considerate – come lo sono anche ora – le sorelle minori della televisione. Per me invece la radio è un medium diverso dalla TV e, come importanza artistica, sono allo stesso livello. Non è un caso che dalla radio siano nati alcuni tra i personaggi televisivi più importanti e famosi.

La musica ha segnato la tua vita. Quando è nata l’idea di crearti una tua radio e quanto ci hai messo per sviluppare il progetto?
Nel 1975 lavoravo a Radio Milano International. Sei mesi dopo la mia prima trasmissione mi ero quasi messo d’accordo con altri due disc jockey per aprire una nuova radio nostra. Mi informai per capire se ci fossero finanziatori: presi un bel due di picche. Ho sempre pensato che con la radio si potesse cambiare il mondo e devo dire che tutto quello che mi è successo nella vita mi ha convinto che avessi ragione. Le persone che sono nate e hanno lavorato all’interno della mia radio e della mia organizzazione hanno cambiato diverse cose, almeno in Italia. Quando è capitata l’occasione, ho investito tutto ciò che guadagnavo in televisione per finanziare il mio progetto radiofonico: Radio Deejay.

Oggi le radio sono cambiate da quanto hai iniziato tu: funzionano come vere e proprie aziende. Questo aspetto secondo te toglie un po’ quella magia che il mezzo radiofonico dovrebbe avere?
La nascita del mezzo radiofonico ha permesso di sperimentare le varie formule. Una volta trovata la formula perfetta si è andati verso quella direzione, e quindi dalle radio libere si è passati a radio private, il che significa pensare alla radio come azienda. All’inizio erano formate da una decina di persone, che spesso lavoravano anche gratis, mentre oggi ognuna dà lavoro a centinaia di persone. Personalmente non ho nostalgia di quegli anni ma sono contento di averli vissuti, come spiego nel mio libro In Diretta (edito da Baldini & Castoldi, ndr). Le possibilità che ho visto all’inizio nel mezzo radiofonico le riconosco ora – anche se con caratteristiche diverse – nel web.

Facciamo un gioco: creiamo il palinsesto di “Radio Cecchetto” attingendo dai network radiofonici attuali.
Lo dico senza presunzione: ho deciso di fare la radio per non dovermi trovare ad andare dal mio editore a dire come andava fatta la radio. Quando ascolto le radio noto che il mio morning show con Baldini è un programma che ha ispirato tutti i programmi radiofonici del mattino che oggi sono impostati in quella maniera. Poi c’è Deejay Chiama Italia con Linus e bene o male c’è lo stesso format anche dalle altre parti. A mezzogiorno pensai fosse il momento di un programma di puro intrattenimento. Era difficile replicare un grande programma come Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni ma ci riuscii grazie a Fiorello. Ora tutte le emittenti hanno un programma di quel tipo. Il pomeriggio rientrano i giovani per cui bisognava fare un programma allegro e tirato, e anche in questo caso è diventato una consuetudine del pomeriggio di tutte le radio. Mi sembra che questo cliché di palinsesto, adattato al format della radio, sia rimasto invariato, e io ho potuto costruirlo grazie ai DJ che conosciamo tutti.

Dal mondo della radio passiamo a quello televisivo. Diverse radio hanno deciso di andare live anche sul digitale terrestre con il loro canale televisivo. A tuo parere “video killed the radio star”?
No perché quando stai guardando una radio per televisione stai vedendo musica, dove in quel caso il DJ è “solo” chi la presenta. Invece di accendere la radio, a casa, sei più comodo e abituato ad accendere la TV. Il mezzo radiofonico non deve mai dimenticare di ringraziare l’ascolto in automobile e i vari canali satellitari che sono quelli che ora come ora gli portano gli ascolti. Il primo esperimento di Radio in TV fu Hit Channel che feci ai tempi in cui divenni socio di Lorenzo Suraci quando mi parlò di questa sua intuizione e mi convinse a farla insieme a lui. Successivamente, da grande imprenditore radiofonico quale è, si rese conto che poteva farla su RTL 102.5 dove poi ha riscosso un grandissimo successo. “Video killed the radio star” era una cosa che poteva succedere… quando esistevano le radio star!

Tra tutti i personaggi che hai scoperto c’è qualcuno che è andato oltre le tue aspettative e invece qualcuno che non ha ottenuto i risultati che ti aspettavi?
Forse è stata l’intuizione ma ogni volta che ho conosciuto questi personaggi come Jovanotti, Fiorello, Max Pezzali, Amadeus e altri, dal primo momento ho pensato che fossero come sono adesso: delle star. Quando nell’88 abbiamo fatto Gimme Five con Jovanotti dissi a Lorenzo che sarebbe stato bello fare una canzone che parlasse di questo modo americano di salutarsi, e lui immediatamente mi rispose con un “alright”. Parlavamo la stessa lingua e avevamo lo stesso modo di pensare. Il bello di essere talent scout è esaltarsi nel percepire e far crescere il talento degli altri, realizzarsi attraverso il loro successo.

Accendendo la televisione siamo sommersi da programmi che cercano di lanciare cantanti, ballerini e chi più ne ha più ne metta: fra tutto quello che la TV ti propone c’è qualcosa che reputi interessante e a cui ci metteresti mano per migliorarlo?
So che molti criticano i talent show. Io invece dico che è una fortuna che esistano questi programmi che danno ancora spazio alla musica. Fino a 15 anni fa, ovvero prima dell’avvento dei talent, la musica, a parte il Festival di Sanremo, era sparita da ogni programma televisivo. Il cantante arrivava, faceva il pezzo e andava via. La musica doveva meritarsi uno spazio. I talent ci sono riusciti perché attraverso la musica raccontano sogni, storie, percorsi. Da anni propongo, come alternativa, un format che ho in mente da parecchio tempo e che rispecchia il mio modo di riconoscere il talento artistico di un cantante. Il programma che ho in mente si chiama “Star Cube”, dove si scelgono i cantanti senza sentirli cantare. Si scelgono per la loro attitude e non per la loro voce. Infatti lo slogan sarebbe “La voce non è tutto”.

Che rapporto hai con i social network? Trovi che sia un mezzo vincente da utilizzare per l’autopromozione?
Trovo che siano un ottimo strumento, lo strumento dei nostri tempi. Per quella che è la mia vita e la mia professione, i social sono un mezzo per diffondere come e quando voglio io le mie news o quelle degli artisti. I social che preferisco sono quelli musicali. Quello che frequento di più è Spotify e la playlist che suono più spesso è la Hot 100 di Billboard.

Hai ottenuto successi in tutti i campi in cui ti sei cimentato. C’è ancora qualcosa che vorresti fare?
Ho voluto fare del cinema con il film Jolly Blu. Fortunatamente pur “passando con il rosso” non mi è successo niente, nel senso che sono riuscito a guadagnare ma ho capito che quel campo non era per me. Il motivo è molto semplice: io mi identifico con la musica e non con il cinema. A Milano dicono “offelee fa el tò mestee”. Se cerchi su Google scoprirai il suo significato.

Il programma radiofonico più di successo di sempre, il Deejay Time, ha inventato un format “Reunion” con cui gira per tutta Italia. Hai mai pensato ad una reunion di Deejay Television con tutti quelli che hai lanciato tu?
Ti dico una cosa. Il nome Deejay Time è nato ai tempi in cui lavoravo a Canale 5. Nei palinsesti pubblicitari leggevo “Day time” perché ogni fascia oraria aveva un nome. Da lì mi venne l’idea di chiamare la fascia oraria di Radio Deejay dalle 14 alle 16 “DJ Time”. Quando siamo diventati network divenne solo il programma di Albertino, Fargetta, Molella e Prezioso. Per quanto riguarda la reunion di Deejay Television sarebbe davvero difficile organizzare il tutto. Ora lo zoccolo duro che ha formato Deejay Television occupa spazi importanti tra Canale 5 e Rai: come fare a rimetterli insieme? Sono certo però che ci proveranno, perché dopo i programmi a tema anni ’80 tra un po’ passeranno a quelli a tema anni ’90. E ne sarò felice perché penserò: “Che casino abbiamo fatto con quel programma e quegli artisti!”.

 

di Stefano Fisico

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