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2018, fine del monopolio Siae: ecco cosa cambia

Il “liberi tutti” è arrivato poco prima che piombasse sull’Italia una multa dell’Unione europea ma alla fine anche Roma si è decisa: il monopolio sulla gestione dei diritti d’autore non esiste più. Dal 2018 la Siae potrà incontrare sul suo cammino uno o più concorrenti

Il “liberi tutti” è arrivato poco prima che piombasse sull’Italia una multa dell’Unione europea ma alla fine anche Roma si è decisa: il monopolio sulla gestione dei diritti d’autore non esiste più. Dal 2018 la Siae – Società Italiana degli Autori ed Editori – potrà incontrare sul suo cammino uno o più concorrenti in grado di remunerare il lavoro degli artisti offrendo loro condizioni diverse, più o meno vantaggiose. Fino ad ora, l’ente nato nel 1882 ha corso in solitaria, godendo del monopolio imposto per legge fin dai lontanissimi anni ’40. Adesso musicisti e autori potranno scegliere a chi affidare la raccolta delle royalties derivanti dallo sfruttamento delle loro opere d’arte. Nei fatti, una rivoluzione per tutto il mondo della discografia italiana.

Una direttiva dell’Unione europea – per tre anni ignorata in Italia – imponeva a tutti gli Stati membri di spalancare le porte del mercato già dal febbraio del 2014: «I titolari dei diritti – scriveva la Ue – [devono poter] scegliere liberamente il loro organismo di gestione collettiva». Insomma, Bruxelles voleva che si desse subito un taglio all’obbligo d’antan di iscrizione coatta a un’unica collecting society, per permettere a chiunque di valutare le diverse offerte e scegliere la più conveniente per sé. «In tutti i paesi esisteva un monopolio, poi per gradi ci sono state piccole aperture. Prima per via giudiziaria e poi grazie alla direttiva dell’Unione», spiega Giuseppe Sanseverino, professore dell’Università degli Studi di Bari che da anni si occupa di tutela del diritto d’autore.

Dall’Europa era arrivato qualche piccolo paletto che l’Italia ha (ovviamente) rispettato quando ha convertito in legge i suggerimenti comunitari. Tra questi, anche quello che impone l’assenza di fini di lucro per tutti i soggetti interessati alla valorizzazione dei diritti d’autore: «È importante che le spese di gestione non superino i costi giustificati sostenuti nella gestione dei diritti e che qualsiasi detrazione che non sia effettuata a titolo di spese di gestione», scriveva con nettezza la Ue nella sua direttiva.

Per sfidare il gigante Siae (10 sedi, 28 filiali e 461 mandatarie) la prima società scesa in campo, Soundreef, ha dovuto quindi affidare a una società nata ad hoc l’ottimizzazione dei diritti: Lea – Liberi Editori Autori – è la no profit fondata dagli artisti iscritti alla stessa Soundreef che si occupa di raccogliere e ridistribuire i ricavi generati dallo sfruttamento della loro arte: «Il nostro obiettivo – si legge tra i principi generali di Lea – è quello di raggiungere il 100% di raccolta e distribuzione dei diritti in modalità analitica». Traguardo ambizioso.

«L’interesse di un autore – spiega Sanseverino – è quello di non essere ingannato da chi utilizza la sua opera e controllarne la diffusione. Prendiamo il caso della musica: fino agli anni ’70 i mezzi di trasmissione erano limitati; ora con la tecnologia tutto è cambiato. Un autore rischia di perdere il controllo dell’opera e ha la necessità di conteggiare precisamente il numero delle volte che vengono trasmessi i suoi brani» per essere ripagato in maniera adeguata della propria fatica intellettuale. L’apertura del mercato a nuove collecting societies potrà portare con sé una «gestione più aperta e trasparente e aiuterà i giovani artisti che potranno incassare qualcosa in più: la contabilizzazione più esatta dei loro brani potrà agevolarli non poco».

Ma oltre al singolo rapporto artista-collecting society, la fine del monopolio Siae scatenerà due effetti di sistema che, per come la vede Sanseverino, potranno dare un impulso a tutta l’industria discografica. Innanzitutto, l’effetto più immediato: «Con una seconda società in grado di rappresentare chi crea la musica dal nulla, i piccoli produttori potranno avere una maggior forza contrattuale e saranno in grado trattare condizioni più favorevoli con chi si propone di distribuire royalty». Non solo, perché la contrattazione avverrà anche a un livello più alto e il potere passerà sempre di più nelle mani degli autori che potranno far pesare il loro valore in misura maggiore: «L’industria culturale che fino a oggi ha fatto da intermediaria per le opere – come i grandi network televisivi – ha sempre contrattato tutti gli artisti in un’unica soluzione. Adesso, con alcuni autori rappresentati da Siae e altri da Soundreef anche radio e TV dovranno trattare per avere accesso a tutta la library musicale: l’artista che vale di più potrà essere pagato meglio di chi vale meno. Tutto è in mano agli autori e dipende solo dal fascino di ogni interprete».

I benefici della concorrenza potrebbero spingere nuovi soggetti nel mercato e in uno scenario futuristico ci si possono immaginare diverse collecting societies in campo – ciascuna magari abile a rappresentare una precisa tipologia di musicista. Del resto, la faccenda è ingarbugliata e maggiore trasparenza a colpi di concorrenza non può che far bene: «Quando parliamo di diritto d’autore, parliamo di un rapporto a tre: da una parte c’è l’utente, poi l’impresa culturale e infine l’artista. I tre litigano: l’utente cerca sempre un escamotage per non pagare; l’impresa culturale vuole solo massimizzare i profitti, tagliando sui costi; l’artista è costretto a schivare i colpi degli altri due per garantirsi una remunerazione per la propria attività creativa». Grazie al proliferarsi di collecting societies gli artisti e i produttori avranno la possibilità di optare per la soluzione più conveniente per loro: «Il piacere della scelta è il valore costituzionale supremo da tutelare». Perché di mezzo non ci sono mai solo canzonette.

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