A luglio il tentativo della Commissione europea di stabilire paletti più stringenti per l’utilizzo delle opere di ingegno si è scontrato con il no dell’Europarlamento. Il 12 settembre i parlamentari europei vaglieranno nuovamente la direttiva sul copyright. Enzo Mazza, CEO di FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) spiega perché si tratta di un appuntamento importante per il mondo della musica.


Nei prossimi giorni – per l’esattezza il 12 settembre – i parlamentari europei saranno chiamati a esprimersi sulla proposta di direttiva europea che adegua il diritto d’autore all’innovazione tecnologica in corso. L’appuntamento è particolarmente importante per il settore musicale e per gli artisti perché la proposta di revisione del copyright presentata più di un anno fa dalla Commissione europea affronta aspetti fondamentali nell’era dello streaming.

FIMI, insieme a Confindustria Cultura, agli editori, al mondo del cinema e degli autori ha condiviso mesi di battaglie per raccogliere il consenso dei legislatori europei su una riforma che è parte dell’agenda digitale dell’Europa.

È evidente: non c’è stato un settore che abbia vissuto una rivoluzione epocale più di quello discografico. Ma dopo diversi anni di crisi e sconvolgimenti il mercato è tornato a crescere e i nuovi modelli di business, legati in particolare allo streaming, stanno rilanciando l’economia del settore. Grandi opportunità si sono aperte per gli artisti e le etichette musicali; i canali di distribuzione e di comunicazione si sono moltiplicati e raggiungere milioni di fan in tutto il pianeta è oggi una concreta possibilità.

Tuttavia l’evoluzione digitale ha anche mostrato alcuni limiti legati a normative concepite nel periodo iniziale di internet e del boom dell’innovazione: le piattaforme streaming sono tutte nate in anni recenti e la legislazione ha dovuto adattarsi, spesso solo tramite difficili interpretazioni, a una molteplice varietà di modelli di licenza che sono apparsi sul mercato.

Uno dei limiti più evidenti è quello che riguarda il mondo del video sharing e in particolare delle piattaforme con contenuti caricati dagli utenti (le cosiddette “piattaforme UGC”, User Generated Content) che, grazie sostanzialmente a un baco legislativo, hanno potuto prosperare senza riconoscere agli artisti un remunerazione in linea con il mercato. Si pensi ad esempio che una piattaforma leader nella musica in streaming come YouTube riconosce agli aventi diritto, in media, un euro per utente, all’anno, rispetto ai diciotto euro versati da Spotify. Un “value gap”, ovvero una discriminazione remunerativa che ha un forte impatto anche concorrenziale.

Questo è sostanzialmente il contenuto della proposta comunitaria che i parlamentari dovrebbero approvare a metà settembre: risolvere questa stortura normativa, consentendo un riequilibrio nella filiera dei contenuti digitali che fornisca a tutti gli attori una base remunerativa in linea con l’espansione del mercato online. Oggi invece l’attuale scenario premia solo una parte del settore, ovvero, nel caso del video sharing, esclusivamente Google, che con gli incassi pubblicitari legati a YouTube genera ingenti quantità di ricavi completamente sproporzionati al valore del contenuto musicale utilizzato per promuovere gli inserzionisti pubblicitari.

In questi giorni tutto il settore è chiamato a mobilitarsi nella campagna #Europeforcreators: artisti, autori, operatori del settore faranno fronte comune per chiedere ai legislatori europei di sostenere l’industria creativa del continente, salvaguardare la produzione musicale in Europa e ottenere un quadro normativo equilibrato tra piattaforme digitali e produttori di contenuti che consenta di continuare a investire in questa vibrante e bellissima risorsa creativa che è la musica.

Enzo Mazza