Poche persone in Italia hanno un’autorevolezza nel campo della musica dal vivo pari a quella di Claudio Trotta, colui che nel 1979 ha dato vita a una delle aziende indipendenti di organizzazione di concerti più longeve in Italia e nel mondo: Barley Arts. Claudio ha da poco pubblicato la sua autobiografia, No Pasta No Show, in cui traccia l’affresco di un pezzo di storia italiana illuminato da una prospettiva particolare: quella dei concerti, della musica come partecipazione e progetto culturale. «Credo nella Bellezza e nel contagioso benessere che scaturisce da essa – dice – Ecco cosa voglio continuare a fare da grande. Voglio contagiare ed essere contagiato dalla Bellezza, voglio sostenerla e promuoverla».

Questo è il tuo primo libro? Ci racconti che tipo di storia ci troviamo?
Non è proprio il primo. Io ho curato insieme a Paolo Zenoni per il Comune di Milano il Dizionario musicale di Milano. Comunque l’idea di scrivere un libro per raccontare la mia storia ho cominciato ad averla intorno al 2008/09. Il libro racconta la storia di un ragazzo – io – che ha cominciato a 16 anni a lavorare nel mondo della musica. Da allora ho fatto tante cose in Italia e nel mondo e all’alba dei 60 anni mi sento ancora un ragazzo per tanti versi. Raccontare la mia storia significa raccontare la storia di pezzi di questo paese negli ultimi 40 anni. Significa raccontare gli anni ’70: un mondo in cui c’era la lira, le comunicazioni erano molto diverse da adesso, i prezzi dei biglietti erano di 2000 lire; un mondo che veniva da anni di contestazione perché i prezzi venivano reputati troppo alti – curioso, se li paragoniamo ad adesso. Non è un libro che ho scritto per privilegiare l’aspetto aneddotico. Avevo un’urgenza di comunicare, di lasciare traccia del mio modus vivendi. È una storia in cui ho cercato di mettere tutto il mio entusiasmo, il mio rispetto per il lavoro, per l’esperienza, per la gavetta. Credo che il libro possa interessare non solamente chi ascolta musica ma chi ha voglia di sentirsi raccontare una storia in maniera diretta e appassionata.

Gli AC/DC dal vivo a Imola nel 2015 (foto di Simone di Luca)

Tu hai fondato Barley Arts nel 1979. Erano anni particolari e il mondo era diverso. Anche il tuo mestiere si faceva in maniera diversa o è rimasto sostanzialmente lo stesso?
È cambiato sostanzialmente tutto! Il mondo in cui ho operato io è stato per tantissimi anni un mondo di imprenditori di se stessi. Adesso i produttori indipendenti di un peso specifico rilevante nel mondo si contano forse sulle dita di due mani. C’è un sacco di gente indipendente giovane che però è molto di nicchia. La mia modesta opinione è che a questo tipo di situazione si possa contrapporre un modello di business diverso, che non può essere ancorato solo a ciò che questo lavoro era prima ma che non può prescindere da elementi di trasparenza nella vendita dei biglietti e di equità nella distribuzione dei ricavi. Spesso si dice che i prezzi dei biglietti sono aumentati perché gli artisti non guadagnano più sui dischi. Su questo io dissento. Nella storia dell’umanità la musica è prima dal vivo e poi riprodotta. Quella riprodotta ha appena 150 anni: la storia della musica è molto più lunga. Non si capisce perché se ci sono meno ricavi dalla musica riprodotta allora quella dal vivo deve costare di più. Il meccanismo mediatico ha anche creato un concetto di “eventismo”. Ci si sente importanti perché si può andare ai concerti pagando 300 euro. Paradossalmente c’è una scena nuova italiana molto interessante: un sacco di management nuovo, etichette discografiche nuove, promoter nuovi, piccoli festival. Bisogna ripartire da quello.

Barley Arts ha organizzato anche festival importanti, come per esempio il Monsters of Rock. Perché in Italia, a differenza di altri paesi europei, è così difficile organizzare festival di richiamo internazionale che poi durino nel tempo?
Noi abbiamo fatto tanti festival. Quello più importante – Sonoria ’94, ’95 e ’96 – ha ospitato 114 diversi artisti in tre anni. I problemi principali per cui i festival non hanno una reale continuità sono vari. In ordine sparso: il conservatorismo del pubblico italiano, che è più propenso ad andare a vedere il concerto del proprio beniamino piuttosto che vedere svariati artisti con il pensiero che il proprio suonerà di meno. Poi c’è la mancanza di adesione a questo modello da parte della politica: gli spazi pubblici non ci vengono mai concessi per un numero di anni sufficiente per poter pianificare una crescita reale. Infine l’atteggiamento un po’ “fighetto” degli italiani che non hanno gran voglia di stare in mezzo al fango, alla pioggia, al sudore, in campeggio: il festival è anche quella roba. Paradossalmente – pur essendo l’Italia il paese che ha dato il nome ai movimenti delle sinfonie, che ha dato i natali ad alcuni fra i più grandi compositori, che ha una fortissima componente artistica jazz e di musica tradizionale – nel nostro paese non c’è una concezione in cui la musica è un elemento primario. È un elemento che attraversa alcune fasi della nostra vita o che è trendy e modaiolo. Per poter consolidare un festival ci vuole una cultura di altra natura.

Bruce Springsteen live a San Siro del 2016 (foto di Mathias Marchioni)

Oggi con la “smaterializzazione” della musica i concerti rivestono un ruolo sempre più centrale nel contatto con gli artisti. Credi che sia un’opportunità per chi lavora nel tuo settore?
Io temo il contrario. La mancanza di piacere e di desiderio di possedere l’oggetto – sia esso un libro, un CD, un vinile – la vedo come un fatto negativo. La musica digitalizzata dovrebbe essere un mezzo per promuovere la musica, non il fine. Ci sono artisti che si sono fidelizzati in 40-50 anni – pensiamo a Rolling Stones, Paul McCartney, Vasco Rossi – e questo è avvenuto attraverso la conoscenza delle loro opere, il loro consumo, non con un ascolto superficiale. Tutta la filiera della musica dal vivo sta in piedi grazie a una ventina di artisti che sono oltre i 60 anni di età. Questi signori non dureranno in eterno e io non vedo chi li sostituirà con gli stessi numeri. I grandi fatturati li fanno Bruce Springsteen e gli U2, non i Franz Ferdinand o i Kasabian. Dell’ondata degli ultimi 20 anni chi è che fa numeri così? Al limite i Coldplay, i Muse. Secondo me poi aumenterà sempre di più la spirale speculativa di cui parlo molto nel libro nel capitolo Cosa farò da grande. Dopo quel capitolo ce ne sono due: uno su un bel sogno e uno su un brutto sogno. Nel brutto sogno immagino una società terrificante in cui c’è un solo concerto e le band vengono duplicate. Io temo che i concerti con quei numeri diminuiranno, tenderanno a essere sempre più costosi e ad essere diffusi con i mezzi della tecnologia. Questo succederà se non si pone un freno all’ondata speculativa in essere, che è mondiale e non solo italiana.

 

Articolo pubblicato sul numero di Billboard Italia di dicembre-gennaio