Domanda: chi è il produttore? Risposta: «È quello che deve avere la visione della canzone», ovvero colui che possiede quella particolare consapevolezza di cosa sta raccontando e di come lo sta raccontando. È la definizione che mi ha dato Carlo U. Rossi durante un’intervista parecchio tempo fa. Rossi – prematuramente scomparso nel 2015 – è stato un nome importante in ambito sia major che indipendente: ha prodotto di tutto, dai Litfiba fino ai Baustelle, Max Pezzali o i 99 Posse. La sua idea di “visione” aveva sicuramente a che fare con la creatività ma, al tempo stesso, era anche qualcosa di estremamente pratico. Il produttore è quindi una figura complessa: deve saper ascoltare e capire una canzone meglio del suo stesso autore, interpretarne i sentimenti ma anche tenere il giusto distacco e risolvere pragmaticamente ogni tipo di problema tecnico.

«Il produttore è colui che sa cosa c’è da fare. Da Rick Rubin fino all’ultimo degli ultimi, sotto questa parola ci puoi far ricadere quasi tutte le figure della musica moderna. Può essere un creativo, un tecnico o, più semplicemente, quello che aiuta l’artista ad ottenere cosa vuole quando non sa come farlo. Per me il produttore è, sostanzialmente, quello che si occupa di fare dischi». A dirlo è Tommaso Colliva, uno dei più stimati produttori italiani di oggi, da tempo trasferitosi in Inghilterra, nonché vincitore di un Grammy per la produzione di Drones dei Muse.

Oggi i produttori di tutto il mondo stanno godendo di una popolarità del tutto nuova rispetto al passato. Se per anni il produttore ha lavorato dietro le quinte – nessuno si è mai chiesto che faccia avesse un mito del rock come John “Mutt” Lange (porta la sua firma Highway to Hell degli AC/DC, tanto per fare un esempio) – adesso può arrivare a rubare la scena all’artista stesso. Se affidano i nuovi dischi di Lady Gaga o dei Queens of the Stone Age a Mark Ronson fa notizia; se Oh, Vita! di Jovanotti lo fa Rick Rubin scatta l’insurrezione popolare.

Lorenzo Cherubini a parte, anche in Italia l’attenzione verso i produttori si è risvegliata recentemente e principalmente tra le etichette indipendenti. Il dato curioso, tuttavia, è che per circa un decennio queste ultime ne avevano fatto praticamente a meno. Se le major hanno mantenuto modelli produttivi “standard” affidando i propri artisti a nomi collaudati – non ci stupiamo della collaborazione tra Tiziano Ferro e Michele Canova, ad esempio – la sensazione è che da metà degli anni Duemila in poi gli artisti indie abbiano preferito tornare a fare tutto da soli.

I motivi hanno a che fare con gli effetti di due grandi rivoluzioni che, dalla fine dei ’90 in poi, hanno colpito il mondo del music business mondiale: la crisi discografica, che ha trasformato le indipendenti in strutture decisamente più piccole e dinamiche ma che non possono più permettersi il Carlo U. Rossi di turno; e poi lo stesso music making è cambiato radicalmente: non è più necessario avere conoscenze tecniche approfondite e macchinari ingombranti per ottenere una qualità di registrazione accettabile, con la conseguenza che molti dei più importanti studi italiani hanno chiuso i battenti. L’evoluzione tecnologica ha offerto grandi libertà agli artisti ma ha portato anche molta confusione.

Cosa è venuto a mancare? La visione. Buona parte della musica indie di metà anni Duemila aveva belle idee ma difficilmente è riuscita svilupparle come si deve e attirare l’attenzione di un pubblico potenzialmente vasto. Era musica destinata a una ristretta cerchia di persone. «Avere un’attitudine settoriale è più che legittimo, ma funziona in mercati grossi come quello nord americano o quello inglese. Puoi aspirare a diventare il nuovo Mac DeMarco solo se riesci a raccogliere numeri interessanti in tutto il mondo. Fare una cosa simile puntando solo all’Italia è impossibile e quando capisci che non puoi viverci torni a fare l’avvocato, il ragioniere o un altro lavoro». Lo dice Matteo Cantaluppi, un altro personaggio chiave se si vogliono leggere i cambiamenti della musica italiana degli ultimi anni.

Poi qualcosa si sblocca. Nel 2014 escono due dischi significativi di un cambio di rotta interessante: Vol. 3 – Il Cammino di Santiago in Taxi di Brunori Sas, prodotto da Taketo Gohara, e Fuoricampo dei Thegiornalisti prodotto da Matteo Cantaluppi. Questi due album ci aiutano a capire cosa significa avere un team di professionisti che mettono insieme il loro talento al fine di raggiungere un obiettivo comune. Stesso discorso vale, l’anno dopo, per Egomostro di Colapesce, prodotto da Mario Conte e da Giacomo Fiorenza, e Mainstream di Calcutta, prodotto da Niccolò Contessa e Andrea Suriani. E se le radio scoprono Fine dell’Estate dei Thegiornalisti con quasi un anno di ritardo, con Calcutta sono state meno pigre e ne hanno capito il potenziale quasi subito. Quando i Thegiornalisti, l’anno successivo, tornano con l’album Completamente Sold Out il ciclo può dirsi completato. Il pubblico è diventato molto numeroso e i locali da 500 persone si trasformano in palazzetti.

Questo nuovo pop italiano – ormai è inutile chiamarlo diversamente – rappresenta uno dei cambiamenti più interessanti avvenuti di recente nella nostra musica e il ruolo dei produttori è stato cruciale. Dice Matteo Cantaluppi: «Verso la fine dei ’90 sono apparse in Italia scuole specializzate in grado di offrire una preparazione tecnica che prima non trovavi. Sono nate nuove leve di produttori più capaci e allineati con le nuove tecnologie. Anche se non eravamo proprio nella stessa classe, io, Tommaso Colliva, Taketo Gohara, Ivan Rossi, potevamo consideraci compagni di scuola. Se ci fai caso, il cambiamento è avvenuto proprio quando la nostra generazione ha iniziato a lavorare. Siamo riusciti a portare una visione un po’ più globale, più “internazionale” e la musica indipendente è entrata in un mercato che prima era solo quasi esclusivamente ad appannaggio delle major. Penso che la qualità, da qui in avanti, si alzerà ancora di più».

Sì, perché oltre alla maggiore attenzione da parte dei media e del pubblico, poi è arrivato anche l’interesse delle major ad assumere nella propria scuderia di autori parecchi cantautori indie, creando uno scambio interessante dove ognuno carpiva le tecniche di produzione dell’altro. Oggi non è più così inusuale che più autori indipendenti si incontrino e scrivano una canzone a più mani per poi affidarla a un produttore.

Anche in questo caso l’indie italiano si sta allineando con il resto del mondo: «Il fatto che la musica sia sempre più frutto di un processo collaborativo è una tendenza in voga ovunque, in primis in America – spiega Tommaso Colliva – Se prima le fasi della registrazione di un pezzo dovevano seguire un ordine preciso, oggi, con la cosiddetta additional production, più persone lavorano in parallelo e la produzione della canzone inizia prima ancora che l’autore abbia finito di scriverla. È un sintomo di come è cambiata la music industry e, sicuramente, cambierà ancora in futuro».

Già, il futuro. Ormai si stanno diffondendo software che sfruttano l’intelligenza artificiale e mixano i brani da soli. I produttori spariranno di nuovo?