Perché i grandi artisti stanno vendendo il proprio catalogo?

Quello di Bob Dylan è stato il caso più eclatante di un fenomeno tuttora in fermento. Neil Young è l’ultima icona della musica che ha scelto di vendere i diritti sul proprio catalogo a un grande publisher. Come mai?
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Foto di blocks / Unsplash

Ad attirare l’attenzione dei media sul fenomeno è stata la colossale acquisizione dei diritti di songwriting sull’intero catalogo di Bob Dylan da parte di Universal Music. L’accordo di dicembre 2020 aveva un valore stimato in almeno 300 milioni di dollari da parte di diversi analisti. Non era che la punta dell’iceberg.

Nello stesso periodo, o nei mesi precedenti, sono state annunciate analoghe operazioni da David Crosby e da Stevie Nicks (dei Fleetwood Mac; ha venduto l’80% dei suoi diritti al publisher Primary Wave). Oppure, per citare artisti più contemporanei, Imagine Dragons (100 milioni con Concord Music Publishing) e The Killers (con il publisher Eldridge). E non sono che alcuni esempi.

Le grandi acquisizioni di cataloghi non sono una novità del music business. Storica fu quella del catalogo dei Beatles. Lo acquistò Michael Jackson nel 1985 come parte di un accordo da 47.5 milioni di dollari con il publisher ATV. Tuttavia nel corso degli ultimi mesi si è verificata un’evidente accelerazione nella frequenza di simili transazioni. Cosa sta succedendo?

Casa discografica vs. publisher

Occorre innanzitutto chiarire una distinzione fondamentale: quella fra casa discografica e publisher, che seguono contratti, ripartizioni di royalties e anche dinamiche di mercato diverse.

Al netto delle inevitabili sovrapposizioni di fatto, la prima è titolare dei brani in quanto registrazioni, il secondo li controlla in quanto composizioni. In sintesi, la traccia master di una canzone sta alla casa discografica come i suoi elementi di songwriting (testo, melodia) stanno al publisher. Com’è noto, non sempre artista e songwriter coincidono.

Le acquisizioni di catalogo più recenti

L’ultima settimana ha visto una nuova, spettacolare infilata di vendite di cataloghi. Nel giro di pochi giorni sono state ufficializzate quelle di Lindsey Buckingham (ex Fleetwood Mac), Jimmy Iovine (leggendario produttore, fra gli altri, di Bruce Springsteen, U2, Dire Straits, nonché co-fondatore di Interscope Records e di Beats by Dre) e Neil Young (che ha venduto il 50% dei suoi diritti). I tre hanno in comune l’acquirente: Hipgnosis Songs Fund.

Non è la prima volta che il nome di Hipgnosis salta all’occhio degli addetti ai lavori. Nel corso del 2020 la società ha acquisito il 50% del catalogo di RZA (storico leader e produttore dei Wu-Tang Clan), il 100% di quello di Chrissie Hynde dei Pretenders e ben 42 cataloghi precedentemente gestiti dal publisher Kobalt Music (fra cui quelli di 50 Cent e George Benson) nell’ambito di un accordo del valore di oltre 300 milioni di dollari. Ma l’avanzata non si ferma qui. Hipgnosis ha appena annunciato l’approvazione di altri 200 milioni di sterline (la società ha sede nel paradiso fiscale britannico di Guernsey) per nuove acquisizioni.

Hipgnosis Songs Fund: un caso esemplare

La Hipgnosis è stata fondata appena due anni fa, nel 2018, da Merck Mercuriadis insieme a Nile Rodgers. Se il secondo non ha bisogno di presentazioni, in quanto storica chitarra ritmica degli Chic e produttore di successo, il primo può non risuonare alle orecchie dei più. Ma basta dare un’occhiata al suo curriculum per capire la stoffa del personaggio. Ex CEO della Sanctuary Records, è stato manager – fra gli altri – di Elton John, Beyoncé, Guns N’Roses, Iron Maiden, Morrissey, oltre che dello stesso Rodgers.

L’avventura di Hipgnosis è cominciata in grande stile direttamente alla Borsa di Londra, con un’offerta pubblica iniziale che ha raccolto 625 milioni di sterline. L’offerta pubblica iniziale – o IPO, initial public offering – è la procedura di prima vendita di azioni di ogni società che voglia quotarsi in borsa. Il suo valore di mercato ha già superato il miliardo di sterline. E qui tocchiamo un nodo centrale dell’attuale congiuntura del music business: la finanziarizzazione del mercato musicale.

La musica si apre al mercato finanziario

Warner Music ha già fatto la sua IPO a Wall Street (terminata a giugno, ha raccolto 1.9 miliardi di dollari), Universal Music punta al 2022. L’altra grande major, Sony Music, non ha ancora annunciato piani di quotazione in borsa ma è difficile immaginare che possa rinunciarvi, vista la tendenza generale. Osservato ai suoi massimi livelli, il mondo della musica scritta e registrata si sta sempre più aprendo a una dinamica di tipo finanziario e azionario (il vasto settore della musica dal vivo ci è arrivato prima: da tempo Live Nation è quotata a Wall Street).

In quanto sicuri generatori di royalties – o perlomeno facilmente misurabili, vista la stabilizzazione del mercato dello streaming – i cataloghi degli artisti “evergreen” sono visti alla stregua di strumenti finanziari da parte di chi ha possibilità di investimento.

In un periodo di inflazione del dollaro contenuta, ovvero nella prospettiva che il valore del denaro di domani non sia troppo distante da quello di oggi, ciò determina l’incontro di domanda e offerta. Il venture capitalist è allettato dalla prospettiva di un rientro economico quasi certo, l’artista può sopperire alla ristrettezza dei guadagni derivanti dallo streaming medesimo (come ha apertamente dichiarato David Crosby) e, soprattutto, all’impossibilità di pianificare una vera e propria attività dal vivo a causa della pandemia, intascandosi subito un guadagno a otto o nove cifre.

L’introduzione massiccia di capitali di rischio all’interno del music business – sviluppatasi paradossalmente durante un anno di crisi globale – è una delle novità più rilevanti dell’industria oggi. È certamente presto per ipotizzare quali saranno le ripercussioni di una simile dinamica sugli equilibri della filiera musicale, per non parlare dello stesso output artistico nelle sue forme e nei suoi contenuti.

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