Ci stiamo addentrando in un mondo nuovo, in cui la fiducia si sta trasformando in certezza. Se Spotify o YouTube vi dicono che avete totalizzato 100mila plays o views voi vi fidate, poi attendente i rendiconti economici e ripartite le royalties secondo i contratti (percentuale per il produttore, per l’etichetta, per i compositori/autori e così via). La blockchain nasce con l’intento di certificare ogni transazione, ogni utilizzo da parte di un utente (abbondantemente protetto dalla privacy) e ripartire il dovuto agli aventi diritto. È un archivio condiviso decentralizzato, ma senza la possibilità di cancellare dati: utilizza lo stesso concetto del libro mastro digitale sul quale vengono annotati i movimenti del Bitcoin.

Spotify sa bene quanto sia importante la fiducia dell’utente e per trasformarla in certezza ha acquisito la startup Mediachain, specializzata nella costruzione delle piattaforme blockchain. Questo tipo di certezze le servono anche per convincere Wall Street e dare valore al suo tentativo di quotazione in borsa. Ci sono stati esperimenti anche da parte di artisti, come Imogen Heap, che nel 2015 ha pubblicato il singolo Tiny Human tramite blockchain, cosa che le ha regalato ampio spazio sui media ma poco ritorno economico, totalizzando solo 133.20 dollari.

Oltre alla certezza dell’acquisto o dell’ascolto e la ripartizione economica automatica, il grande pregio della blockchain è l’immediatezza dei pagamenti. Lo ha sperimentato la musicista Shelita Burke con l’uscita del suo singolo Special (20 ottobre 2017), utilizzando la tecnologia blockchain abbinata agli Smart Contracts Ethereum, così invece di aspettare 6/9mesi, i pagamenti le sono arrivati immediatamente.

«La cosa più interessante realizzata da Shelita Burke – spiegano il professor Massimo Mecella e il ricercatore Francesco Leotta del Dipartimento di Ingegneria Informatica della Sapienza – è proprio l’aver utilizzato gli Smart Contracts Ethereum per legare il pagamento a tutti coloro che hanno i diritti sul brano. Sono questi contratti a garantire che le royalties vengono distribuite in tempi brevissimi. Ed è quello che interessa di più a Spotify, ossia la certezza di attribuzione delle royalties».

Avere una blockchain personale, o dedicata alla propria musica, diventa qualcosa di molto complicato: ci sono i server da acquistare e spese per la gestione e manutenzione: «Oppure fare come Bitcoin – confermano Mecella e Leotta – utilizzando i server distribuiti e ricompensando tutti coloro che mantengono questa infrastruttura». In questo caso però parte delle royalties andrebbero anche ai miner, ossia a coloro che aiutano nello sviluppo del distributed lodger, il libro mastro digitale.

I problemi più grandi nascono nel momento in cui vogliamo realizzare la nostra blockchain collegata a una valuta che non sia Bitcoin: in questo caso è necessaria la presenza di un’entità che garantisca la convertibilità a tasso fisso di una valuta digitale, qualunque essa sia, in una valuta corrente. Nel caso di Spotify e Mediachain, sarebbe Spotify a garantire questo tasso fisso di conversione.

Lo stesso tipo di problema si riproporrebbe anche nel caso di una blockchain privata regolata da un’iscrizione: «Una delle caratteristiche della blockchain è l’anonimato, garantito delle “chiavi pubbliche” generate sulla propria macchina – continuano Massimo Mecella e Francesco Leotta – Nel caso di una rete privata, queste chiavi dovrebbero essere generate, tramite meccanismi di firma digitale, da un’entità che ne garantisca la provenienza». E per entità intendiamo sempre una società come Spotify.

Le aziende – e soprattutto la discografia – non devono però temere le possibili nuove direzioni tecnologiche, o quantomeno ripetere gli errori della caccia forsennata alla pirateria. Queste nuove direzioni non vogliono per forza eliminare l’intermediazione istituzionale nella promozione e distribuzione musicale, non è il classico “fuck the system”: «Le etichette, le società di collecting o gli editori saranno fondamentali ma avranno bisogno di dimostrare il loro valore», spiega a Music Ally Carlotta De Ninni, a capo della ricerca della società britannica Mycelia, fondata dalla stessa Imogen Heap. «Se si dimostrano in grado di far fruttare un brano è giusto che abbiano la loro fetta di torta. Nel caso contrario, diventerebbero solo un semplice intermediario da bypassare».

L’ultimo punto a favore del futuro è la regolamentazione dei metadata, tutte quelle informazioni che indicano gli autori di un brano, così come i musicisti, i produttori, i proprietari del master e dei diritti. Attualmente non esiste un organo ufficiale che ha il compito di registrare tutti questi dati: la blockchain potrebbe archiviare e organizzare e certificare tutto questo in modo da essere in grado di corrispondere scientificamente il giusto corrispettivo agli aventi diritto. Con estrema certezza, appunto.

 

Articolo di Fabrizio Galassi