Quando Jovanotti decide di tornare sotto alle luci dei riflettori è impossibile non accorgersene. Dopo la pubblicazione del suo ultimo disco di inediti, Oh, Vita!, il “ragazzo fortunato” della musica italiana ha aperto un temporary store in piazza Gae Aulenti a Milano, uno spazio di condivisione che lo ha visto esibirsi tutti i giorni, dal 1° dicembre a oggi, 13 dicembre (data di chiusura), con colleghi, amici e personaggi appartenenti al mondo della cultura. Tra gli altri, Toto Cutugno, Francesca Michielin, Takagi & Ketra, Cosmo, Federico Zampaglione, Folco Terzani.

Il Jova Pop Shop – questo il nome dello store che, secondo quanto ha affermato lo stesso Jovanotti, si ispira “al leggendario Pop Shop che aveva aperto Keith Haring a New York negli anni ottanta” – è un luogo nel quale, appunto, il cantante ha proposto ai numerosi visitatori (si calcolano in totale circa 30mila persone) DJ set, incontri, interviste, mini-live, reading. Ma non è tutto: lo spazio è anche un negozio dove poter acquistare prodotti del merchandising ufficiale (alcuni con destinazioni benefiche, altri no). Cappellini, zainetti, magliette. Senza dimenticare il quattordicesimo disco in studio del cantante in versione CD, vinile e addirittura audiocassetta.



Si dice spesso che la musica è condivisione. Quello che sta facendo Jovanotti è emblematico. Non solo perché ogni esibizione, incontro, featuring al Jova Pop Shop è in diretta su Facebook (e così, sì che si può arrivare a tutti), ma anche perché intorno alle sue nuove consapevolezze Jovanotti ci ha costruito un universo decisamente colorato e impregnato di cultura. Per dire, oltre al disco è uscito anche un volume, Sbam!, che permette di entrare nel lavoro di produzione del disco, aiuta a comprenderne le fasi e le motivazioni. Permette, in sintesi, di sentirsi ancora più coinvolti in ciò che passa per la testa di Jova.

L’essenzialità artistica alla quale ci sta abituando Jovanotti con le quattordici tracce di Oh, Vita! (resa possibile anche grazie alla produzione di Rick Rubin) non si trasforma in un lavoro privato, geloso. Anzi: è una possibilità di incontro con ciò che è diverso da sé. E diciamolo: inventarsi un luogo in cui rendere esplicito (e pubblico) questo scambio di visioni è stata decisamente una bella idea.